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Celebrare il Dantedì nei giorni dell'emergenza

91 ‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai

92 fur verbo e nome di tutto ‘l dipinto;

93 ‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai.

Nel prospetto celeste del VI cielo di Giove, Dante, insieme a Beatrice, prosegue il suo cammino tra gli spiriti che in terra operarono secondo giustizia. Questi ultimi si levano in volo verso il “pellegrino” e la sua amata, disponendosi in schiere che prendono diverse forme componenti 35 lettere di alfabeto in tutto.

Il poeta riporta dunque ciò che i suoi occhi, illuminati dalla sapiente luce divina, riescono a percepire: “DILIGITE IUSTITIAM QUI IUDICATIS TERRAM”. La terzina ha proprio impresse tali parole, riportate rispettivamente secondo l’ordine nel quale appaiono a Dante stesso.

Altresì curiosa è la descrizione che il poeta affida a ciò che compare inizialmente “DILIGITE IUSTITIAM”: egli presenta le 17 lettere come “il verbo e il nome che apparvero per primi in tutta la figura”. Si pone primariamente un chiaro riferimento alla fonte di tale massima: la locuzione citata è infatti tratta dal Libro della Sapienza, teologicamente definito Verbum Domini. Pare dunque che Dante voglia anzitutto porre l’attenzione sul verbo dīlĭgo e il sostantivo iustitiă, assicurandosi che siano incarnati come “verità” poiché provenienti dalle labbra di Dio.

La versione affidata al verbo dīlĭgo trova luogo nel verbo amare (dal greco a-mors, dove mors è la morte e l’alpha antecedente la parola, assume il valore privativo, pertanto: ciò che non muore). La giustizia è quindi quel valore che non dovrà mai perire e sempre esistere nella realtà umana poiché, afferma Aristotele, “nella giustizia si riassume ogni virtù” (Aristotele, Etica Nicomachea, Libro V, v. 30). Altresì, il verbo dīlĭgo possiede una poderosa valenza spirituale poiché custode dell’importanza della scelta di un elemento tra tutti: questo è l’appello che il Poeta volge al lettore al fine di cogliere la giustizia come “membra” primaria dell’essere umano.

Proseguendo verso la conclusione della terzina, incotriamo la parte mancante della frase: “QUI IUDICATIS TERRAM” ossia “voi che giudicate la terra”. Il verbo giudicare (che riprende nella sua derivazione latina, la parola iustitiă) è in realtà posto a significato di “governare”. Dante si rivolge infatti a coloro che detengono il potere temporale sul “creato” e i “creati”; tanto è vero che, nelle terzine successive, gli spiriti che precedentemente formarono le 35 lettere, fondono la loro luce per creare un unico grande simbolo, la lettera Emme. Nella scrittura gotica tale segno costituisce propriamente “un’asta verticale, dalla cui cima partono ai due lati curve semicircolari rientranti, secondo uno schema che ha qualche somiglianza con quella del giglio araldico” (cfr. "La Divina Commedia di Dante" a cura di Natalino Sapegno, ed. La nuova Italia, 1982). Lo stesso simbolo, da sempre correlato all’impero e alla sovranità, si trasforma qualche attimo dopo, nella figura di un’aquila, icononizzazione del potere monarchico.

In tale contesto il Poeta intraprenderà poi la sua invettiva contro la corruzione della Chiesa “rivolgendo alla Curia romana, l’accusa di aver anteposto i beni temporali alla missione spirituale della Chiesa per la quale Pietro e Paolo morirono martiri” (Antologia della Divina Commedia, Giorgio Barberi Squarotti - Giordano Genghini, ed. Atlas, 2012).

Riflessione posta alla situazione di emergenza Covid-19 in Italia

Per il Sommo Poeta, non esiste alcuna virtù più importante al di fuori della giustizia, l’elemento che necessariamente devono detenere coloro posti alla guida di un popolo e del suo territorio. Chiariamo tuttavia che tale sostantivo non vuole riferirsi al potere pubblico con il quale si realizza il diritto, ma costituisce la vera consapevolezza delle azioni giuste, indispensabili per garantire il benessere della cittadinanza.

In un momento critico nel quale i vertici del potere legislativo sono chiamati ad assumere scelte di assoluta rilevanza per l’intera Nazione, noi tutti poniamo la speranza che, a guidare tale cammino, vi sia la giustizia della quale Dante ci ha raccomandato di non dimenticarci.

Allora noi tutti confidiamo che “QUI IUDICATIS TERRAM”, possiate divenire “(VOS) QUI VENITIS IN NOMINE IUSTITIAE” per il bene comune e per la salute del Paese, anelando così all’ideale di spirito giusto abitante il VI cielo di Giove del Paradiso dantesco.

Samuele Russo, 5TUR