Nella settimana in cui si celebra il Giorno della Memoria e si commemorano le vittime della Shoa, anche il film proposto nell’ambito del Cinescuola ha contribuito a tenere viva l’attenzione su una pagina drammatica della recente storia europea, una vicenda tanto grave quanto poco conosciuta dai ragazzi.
Il lungometraggio intitolato «Quo vadis Aida?» e realizzato dalla regista bosniaca Jasmila Zbanic racconta, per la prima volta, il massacro di Srebrenica, un terribile eccidio che fu perpetrato con crudeltà nell’ambito delle guerre che colpirono la ex Jugoslavia poco meno di trent’anni fa. Nel luglio del 1995, a tre anni dallo scoppio della guerra in Bosnia-Erzegovina, le truppe serbe guidate da colui che fu definito il “macellaio dei Balcani” - il generale serbo Ratko Mladic - ingannarono le Nazioni Unite e la comunità internazionale riuscendo a conquistare Srebrenica che da poco era stata definita “città protetta”.
All’interno di Srebrenica e nelle zone intorno, i serbi catturarono e uccisero 8.372 uomini e ragazzi bosniaci, vittime alle quali il film è dedicato insieme alle donne di cui essi erano “figli, padri, mariti, fratelli, cugini e vicini. Si trattò di un’operazione di pulizia etnica, di un vero genocidio, come è stato definito dal Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia al termine di un lungo processo che ha visto la condanna di Mladic e dei suoi uomini.
Ad assistere alla proiezione del film presso il Cinema Teatro Sociale di Omegna, nella mattinata di giovedì 26 novembre, nove classi del nostro Istituto, coinvolte dalla storia drammatica della protagonista, Aida, interprete nella base Onu e coinvolta nella vicenda in quanto madre e moglie di tre uomini ricercati dai serbi. Aida cercherà tenacemente di nascondere e salvare la sua famiglia, sperando di poter contare sull’aiuto dei caschi blu, ma dovrà rassegnarsi a far uscire i suoi cari dalla base, mandandoli incontro a una morte certa.
Le inquadrature e i numerosi primi piani permettono allo spettatore di immedesimarsi in molte scene e sperimentare i sentimenti di angoscia e rabbia della protagonista, mentre le scene rapide rendono l’idea dell’incalzare degli eventi. Un momento molto forte è l’inquadratura all’esterno della base Onu dove si è rifugiata una parte della popolazione della città: uomini, donne, bambini e anziani, restano lì, addossati ai cancelli, una moltitudine che si perde nell’orizzonte.
Il film presenta anche molte analogie con le deportazioni antisemite durante le persecuzioni naziste: la separazione degli uomini dalle donne, il caricamento forzato su mezzi di trasporto affollati, le false promesse di libertà e ricongiungimento coi propri cari, l’uccisione in massa all’interno di stanze che ricordano tristemente le camere a gas.
Film come questo ci ricordano che i crimini più efferati possono ripetersi nel corso della storia e che il migliore antidoto all’odio e all’intolleranza razziale è la memoria. Che va nutrita e alimentata sempre, soprattutto nelle nuove generazioni.
Salma Baya, IV Turismo
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